Report di viaggio nella Serbia del Nord, 24 – 30 ottobre 2022

Siamo partiti di nuovo, questa volta per raggiungere il nord della Serbia, dove s’incontrano i confini di Romania e Ungheria, e dove oggi bisogna stare perché è qui che confluiscono migliaia di persone in movimento, verso un’idea di dignità e futuro. Arrivati a Subotica nella notte di lunedì, abbiamo incontrato subito le amiche e gli amici di No Name Kitchen per essere aggiornati sulla situazione che, come è facile immaginare, è critica.

Siamo partiti di nuovo, questa volta per raggiungere il nord della Serbia, dove s’incontrano i confini di Romania e Ungheria, e dove oggi bisogna stare perché è qui che confluiscono migliaia di persone in movimento, verso un’idea di dignità e futuro. Arrivati a Subotica nella notte di lunedì, abbiamo incontrato subito le amiche e gli amici di No Name Kitchen per essere aggiornati sulla situazione che, come è facile immaginare, è critica.
Al momento tutti i campi sono pieni e spesso rifiutano di fornire quelle tessere di ingresso che garantirebbero un pasto al giorno e cure mediche alle persone che ne hanno bisogno. No Name Kitchen, con cui collaboriamo stabilmente dalla fondazione di Linea d’Ombra, supporta al momento ogni settimana circa 1500 persone al di fuori dei campi di IOM, percorrendo lunghe distanze per consegnare acqua potabile, cibo, prodotti per l’igiene, le docce calde portate dal Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino e, assieme ai dottori di Medical Volunteer International, cure mediche professionali. Ma 1500 sono solo una minima parte delle persone in movimento presenti nella nord della Serbia, si stima circa il 20% del totale. Le violenze delle guardie di confine rumene e ungheresi continuano come sempre, con furti, manganellate, torture al taser e morsi di cane. I medici di MVI lavorano ininterrottamente per sette, otto ore senza riuscire a terminare la coda di persone che mostrano i segni della violenza e le conseguenze delle condizioni igieniche terribili in cui si è costretti a vivere.
Al momento ci sono sei attivistə di NNK e quindici per MVI. Con loro, lunedì mattina, andiamo presso la triplice frontiera, dove si trova uno squat “Milk Factory” che offre riparo a circa sessanta persone, portando il cibo, le docce e il materiale sanitario. Incontriamo molte persone di origine nordafricana, che ci raccontano le onnipresenti storie di violenza, furti, indigenza. Come sempre, non sono le condizioni di vita a dettare l’umore: ogni momento di incontro è un’occasione per stare insieme, raccontarsi storie, scambiare informazioni.
Molti non sapevano che in Croazia e Slovenia i respingimenti sono diminuiti nel corso dell’estate, che spesso vengono dati fogli di via e per sette giorni è possibile spostarsi sul territorio. Abbiamo raccontato delle nostre attività a Trieste, della situazione impegnativa che ci troviamo ad affrontare in Piazza Libertà, abbiamo scambiato i contatti con le persone interessate e ci siamo augurati buona fortuna. Inshallah, ci incontreremo di nuovo oltre questi confini sanguinosi.
Martedì 25 ottobre, nord della Serbia
Mattinata passata ad aiutare No Name Kitchen nelle distribuzioni per lo squat chiamato “Milk Factory”, vicino al triplice confine che divide Romania, Ungheria e Serbia. Qui stanno tra le 40 e le 60 persone – il turnover è sempre elevato a causa delle continue partenze per il game. Dopo aver montato le docce ci siamo messi in cammino per entrare in Romania, come tutte le persone in movimento, attraverso un sentiero in cui il confine non è segnalato, e in meno di cinque minuti siamo stati presi dalla polizia di frontiera rumena e portai nella caserma di Sannicolau Mare. Siamo stati perquisiti, schedati e consegnati alla polizia di confine serba, che ci ha perquisiti e interrogati di nuovo. Non hanno trovato niente, abbiamo raccontato di essere turisti interessati alla natura e, alla fine, ce la siamo cavata con 180 euro di multa e l’obbligo di lasciare il paese entro dieci giorni. Dopo otto ore passate in custodia senza possibilità di comunicare siamo rientrati a Subotica, dove abbiamo potuto rassicurare attivisti, amici e famiglie sorseggiando una pálinka vulcanica. Domani sarà una giornata più tranquilla.
Mercoledì 26 ottobre
Le distribuzioni previste per la giornata saranno a Tavankut, un accampamento a meno di un chilometro dal filo spinato che segna il confine ungherese. Qui vivono unicamente pashtun, in numero variabile tra i 10 e i 30 a seconda delle partenze. Il bosco in cui hanno trovato rifugio ha qualcosa di magico, sembra uscito da un romanzo di Tolkien.
Arrivati, iniziamo a montare le docce e travasare nelle i 750 litri d’acqua che serviranno per le necessità della prossima settimana. I dottori consegnano pomate lenitive per dare sollievo alla scabbia, che putroppo in queste situazioni non è curabile. Aiutiamo a fare legna e ci sediamo attorno al fuoco, dove facciamo un po’ di chiacchiere sorseggiando chai. Quando uno dei ragazzi fa partire la musica da una cassa bluetooth ci mettiamo a ballare. Sono bei momenti di condivisione: per un attimo possiamo dimenticare il nostro privilegio e fingere di incontrarci come fratelli, liberi e uguali. Sul calar del sole ci allontaniamo con un gruppetto per andare a vedere la barriera, un groviglio di filo spinato che in realtà si supera con una scala o un tappeto. Ci siamo proprio davanti, noi scattiamo qualche foto, Mohamad che ci accompagna non smette di fare video per TikTok. Dopo una decina di minuti ci allontaniamo e, quando siamo già lontani, vediamo arrivare dall’altra parte una macchina della polizia di frontiera ungherese. La sorveglianza è attiva ed efficace ventiquattr’ore su ventiquattro. Mohamad racconta gli ultimi quattro game che ha tentato, tutti finiti con respingimenti violenti. Pare che la sola Ungheria vanti una media di 600 respingimenti al giorno verso il nord della Serbia.
Rientriamo all’accampamento, dove il fuoco scoppietta e i ragazzi stanno preparando la cena. Accettiamo l’invito: i chapatti col sugo di cipolla, fagioli e pomodoro sono davvero irresistibili. Basta davvero poco per soddisfare i sensi, fare amicizia, stare bene insieme.
Giovedì 26 ottobre 
Andiamo in auto verso Horgos, piccola località di frontiera balzata alle cronache nel 2015 quando l’Ungheria innalzò la barriera contro i migranti. Sul lato ungherese del confine c’è un cancello attraverso il quale ogni giorno vengono respinte in Serbia numerose persone, spesso dopo aver subito violenze. La zona di transito è dominata da telecamere, fari e altoparlanti; si sentono abbaiare i cani, chilometri di rotoli di filo spinato coprono la sommità della recinzione dietro la quale si staglia una fila di container. Un pallone da calcio sgonfio sta come una metafora, incastrato tra le spine di ferro che hanno fermato la sua corsa. Al nostro arrivo incrociamo un gruppo consistente: abbiamo fatto tardi e non siamo riusciti a riprendere il respingimento. Restiamo in appostamento fino a tardi, senza che il cancello si apra di nuovo. Lasciamo tre video trappole tra gli arbusti intorno.
Venerdì 28 ottobre
Oggi torniamo determinati a Horgos e riusciamo a nasconderci tra i cespugli davanti ai cancelli ungheresi. Sembra sia arrivato d’un tratto l’inverno: ieri c’era sole e caldo, oggi nebbia, freddo e umido. Abbiamo portato un thermos di tè, biscotti e sigarette. Decidiamo di controllare le videocamere prima di iniziare l’appostamento. Quella più vicina è del tutto scomparsa, presa dalla polizia di frontiera. Ne troviamo altre due private del supporto di memoria, pensiamo da parte di migranti che ne avranno fatto buon uso per gli smartphone, ma che non si sono fidati a prendere l’intero apparecchio. Riattiviamo i due dispositivi rimasti, posizionandoli molto vicino al cancello, e riprendiamo l’appostamento a distanza di sicurezza, ma con una buona visuale grazie al teleobiettivo. Dopo quattro ore il sole cala e la luce sfuma rapidamente; decidiamo di avvicinarci quando notiamo l’arrivo di un camion detentivo attraverso la recinzione.
Tra i respinti c’è un signore turco con un piede malamente ingessato dagli ungheresi. Se lo è rotto la mattina stessa provando a scavalcare un confine. L’unico che si è fermato per aiutarlo è stato un giovanissimo afghano. Abbiamo portato entrambi verso la città, ma siamo stati fermati dalla polizia per un controllo che è diventato presto una perquisizione condotta con modi minacciosi. Nasir, il ragazzo afghano, è stato portato via malgrado avesse una tessera di registrazione presso il campo ufficiale di Subotica. Uno di noi è stato trattenuto per tutta la notte nella cella della stazione di polizia, e rilasciato il giorno successivo con una multa di cinquecento euro e il divieto d’ingresso in Serbia per un anno intero. Malgrado tutto, poteva andare peggio. Nasir sta bene, il signore turco è già rientrato ad Antalya per operarsi, noi siamo riusciti a salvare tutto il materiale girato durante l’appostamento.
Sabato 29
Ci siamo ricongiunti solo in tarda mattinata, dopo la notte di reclusione nella stazione di polizia. Colazione con una pljeskavica doppia, e poi l’attività più tranquilla dell’intera settimana: un po’ di sano shopping per supportare @NoName Kitchen nei bisogni più urgenti: trecento mutande per bambini e donne, venti sacchi a pelo invernali, shampoo anti pidocchi, due batterie da camion che serviranno a ricaricare molti telefoni, powerbanks e torce elettriche, un grande bollitore per fare più velocemente il chai durante le distribuzioni, qualche pallone da calcio perché il gioco, lo svago condiviso, è forse l’unico momento in cui il peso del privilegio si attenua. La giornata si chiude presto, in casa Kitchen davanti ai computer e una tazza di tè caldo. Dobbiamo riorganizzare i pensieri, capire i prossimi passi, prepararci il rientro.

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